LA RIVISTA ONLINE CHE SI PUÒ LEGGERE SOLO OFFLINE

di lorenzo - 04 mag 2018
Tempo di lettura: 3 min min

ll mezzo non deve determinare semplicemente il modo in cui un contenuto raggiunge i suoi fruitori, ma deve condizionare anche la struttura, il modo in cui quel contenuto è presentato.

All’inizio del 2018 Chris Bolin, software engineer e artista di Denver e Clayton D’Arnault, editor di Orlando, hanno fondato The Disconnect una rivista online di racconti e approfondimento che si scarica da internet ma che si può leggere solo mettendo il dispositivo offline.

Un paradosso? Forse, ma la filosofia che ci sta dietro è interessante e fa riflettere sul rapporto che abbiamo con internet come fruitori di comunicazione e sul rapporto che la comunicazione online ha con noi.

In questa pagina del suo sito, (è in italiano, per chi accede dall’Italia e per leggerla è necessario disattivare il wi-fi, naturalmente) Bolin dice che saremmo molto più concentrati su quello che stiamo facendo, se non fossimo sottoposti a continue sollecitazioni che ci arrivano dal nostro “mondo online”. Di queste fanno parte le “distrazioni esterne”, cioè le notifiche che ci arrivano dagli altri, su cui non abbiamo controllo ma che possiamo facilmente disattivare (ad esempio mettendo il telefono in modalità aereo, o utilizzando una delle decine di app che permettono di limitare la propria attività online), ma anche le “distrazioni interne”, le più insidiose, perché sono quelle che nascono nella nostra testa in seguito ad un pensiero estemporaneo (“quale sarà la seconda lingua più parlata al mondo?”) e che ci portano fuori rotta rispetto al nostro lavoro, facendoci non solo perdere tempo, ma attivando una catena di divagazioni che ci può davvero portare a deragliare completamente.

RIVISTA ONLINE VS RIVISTA DI CARTA

The Disconnect è pensata per la fruizione online. Non si tratta della replica digitale di una rivista di carta: l’impaginazione, la struttura e il funzionamento sono pensati per la fruizione da un dispositivo elettronico e assomigliano a quelli di un sito internet, piuttosto che di una rivista tradizionale.

Questo dimostra che il mezzo non deve determinare semplicemente il modo in cui un contenuto raggiunge i suoi fruitori, ma deve condizionare anche la struttura, il modo in cui quel contenuto è presentato.

Per realizzare riviste online che abbiano davvero senso, non si può copiare la carta: bisogna inventare formule nuove.

IL DUPLICE RISCHIO DELLE DISTRAZIONI ONLINE

Tuttavia gli ostacoli alla fruizione della comunicazione online non risiedono solo nel modo in cui i contenuti sono presentati.

Quando sfogliamo un articolo online siamo continuamente sollecitati e distratti da avvisi, banner e dagli innocui link interni agli articoli, che dovrebbero aiutarci ad approfondire l’argomento, e invece spesso ci portano ad abbandonare un articolo a metà, aprire una nuova pagina e dimenticare quello che stavamo leggendo inizialmente.

Dal punto di vista della comunicazione, è evidente che questi meccanismi funzionano come moltiplicatori di clic, e dunque permettono di monetizzare quei contenuti che il pubblico utilizza “gratis” (le virgolette sono d’obbligo, ci arriviamo), ma allo stesso tempo generano un’attenzione frammentata e non fidelizzano.

Quando la qualità dell’attenzione è scarsa, i contenuti non possono che andare di pari passo. E viceversa.

IL PREZZO DA PAGARE

Niente di ciò che utilizziamo online è gratis. Il bombardamento di banner, avvisi e link, è il prezzo che paghiamo: la pubblicità.

Andando più a fondo, possiamo dire che siamo al contempo oggetto e target del mercato: i siti e le app vendono agli inserzionisti i dati che produciamo navigando (i nostri interessi, le nostre abitudini), condividendo (tutto ciò che postiamo sui social network è soggetto a profilazione) o concedendo l’accesso ai nostri dati personali per ottenere un servizio “gratis”.

Più siamo oggetti del mercato, più le distrazioni si moltiplicano e più i contenuti diventano rilevanti solo in funzione delle azioni che ci faranno compiere online.

E più azioni compiamo online, meno siamo concentrati, meno siamo produttivi, meno siamo creativi (dice Bolin).

Il modello proposto da The Disconnect può avere successo commerciale? The Disconnect propone di utilizzare il mezzo digitale per sfruttarne tutti gli aspetti funzionali a rendere i contenuti proposti accessibili ovunque, fruibili in qualsiasi momento, proprio nel modo in cui siamo abituati. L’obbligo a disconnettersi per poter leggere, implica non solo la promessa di un’attenzione di migliore qualità, ma anche la libertà da qualsiasi reward da parte del lettore: mentre navigo, nessuno sta tracciando i miei clic, profilando i miei interessi e registrando le mie azioni. Non ci sono link interni agli articoli. Non ci sono link che portino fuori dalla rivista.

Tutto è pensato per concentrare l’attenzione esattamente in quel posto.

Seguendo un modello simile, va da sé che per guadagnare ci si deve affidare a donazioni spontanee (come accade attualmente per The Disconnect), oppure è necessario far pagare un abbonamento.

Se sia un modello di business percorribile, è presto per dirlo: i fruitori di internet sono ancora poco consapevoli del prezzo che stanno pagando in termini di cessione di dati personali, quando usano contenuti e app senza sborsare un soldo. Le cose potrebbero cambiare, ma ci vorrà del tempo.

Sicuramente quello della rivista online che si può sfogliare solo offline è un modello culturale molto interessante, che apre un dibattito necessario sia sulla forma sia sui contenuti destinati alla fruizione online.

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